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Cose da fare

Vivo nell’ansa dei “devo”. Sono schiava di questa parola, a metà tra un verbo e un sostantivo, che mi fa da gabbia. Dovere. Devo fare. Devo finire. Non mi devo distrarre. I miei doveri. Il senso del dovere.

La verità è che essendo ingabbiata nel senso del dovere il più delle volte, per pura ribellione, finisco per procrastinare o lasciare le cose a metà. Così, solo per il gusto di dire “adesso faccio il contrario di quello che dovrei”.

Il risultato è che di solito mi ritrovo a patire le cose a metà e a vivere con un enorme senso di inconcludenza e insoddisfazione. Così, a tre giorni dal primo giorno dell’anno, non so quale sia il mio mantra annuale, il mio ‘buon proposito di settembre’. La fine dell’estate è sempre stata un momento di bilanci, per me, e questo 2020 di sicuro non ha aiutato ad essere produttivi. Niente musical a fine corso, il blog è più ragnateloso e polveroso che mai, la montagna di libri che voglio leggere sempre più alta e i file di storie sempre meno aperti. Assurdo, come tutto ciò sia successo in un anno in cui per quattro mesi non abbiamo avuto nulla da fare se non stare in casa.

La verità – e ci ho riflettuto molto da quando il lockdown è finito – è stata che il lockdown non ci ha donato tempo. Ci ha tolto il tempo per fare ‘tutto il resto’. Restava solo il lavoro. Perchè dalle 8 alle 16 puoi lavorare, ma poi non puoi uscire a fare un giro in bici. Non esiste la gita in biblioteca, o l’ora di pilates, o la lezione di musical. Nemmeno la cena fuori con il marito o il tè con le amiche. La cosa è peggiorata sicuramente da quando si è potuti tornare a lavorare fuori. Perchè lavorare fuori sì, produrre certo. Tutto il resto no però: niente cinema o teatro o qualsiasi altro svago, palestra o che ne so io. Poi ti ritrovi a poter andare al parco ma a dover misurare le distanze e a scegliere il posto dove sederti in base al distanziamento sociale. Per non parlare del mare, ovviamente.

Quindi sì, penso che in questi mesi il mio inaridimento sia stato dovuto soprattutto alla mancanza di quel tempo “libero”, e libero davvero, in cui fare ciò che voglio senza l’ansia del verbo/sostantivo dovere.

Riuscirò a riconquistare questo tempo da settembre? Ne dubito. E non per il coronavirus, il lockdown e compagnia. Temo il blocco sia nel mio cervello.

Ho fatto la lista 101 in 1001 e mi ritrovo a continuare a modificarla per non trasformarla in una gabbia. Ma senza di essa perdo tempo senza sentirmi che “concludo” niente. Forse la verità è che odio la gabbia dei doveri, ma della libertà da essa non saprei che farmene.

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Recensione (con riflessioni sull’argomento) ~ Camilla che odiava la politica, L. Garlando

Camilla ha dodici anni e la sua vita è spaccata in due come una mela. La prima metà è stata bella e dolce, la seconda ha il verme dentro. A sei anni il suo papà – sognatore, intelligente, coraggioso – l’ha lasciata sola. Camilla non capisce tante cose, ma una sì: è stata la politica, a far morire il suo papà. sarà un barbone di nome Aristotele a farle guardare in faccia quel verme che ha guastato la sua mela. Un barbone che va in giro con un carrello pieno di sacchetti e una banda di cani e gatti randagi. E piano piano Camilla inizia a capire che la politica è molto più di quello che pensa. E tante, tante cose nella sua vita iniziano a cambiare.

Scrivere questa recensione sarà faticosissimo, perchè ho un disordine di pensieri in testa che non so come ordinare. Iniziamo dicendo le cose che mi sono chiare.

Luigi Garlando riesce a spiegare cose difficili in modo facile (esempio lampante è Per questo mi chiamo Giovanni, che ho adorato). Anche in questo libro ho trovato quella capacità di parlare di cose enormi andandone al cuore, spogliandole di retorica e polemica. Tutti i ragazzini feriti dalla politica possono apprezzare questo libro, che spiega quanto la politica in sé non sia malvagia. Anzi, in sé sarebbe una gran cosa. Ho amato le lezioni di Aristotele quanto Camilla, perchè anche io odio la politica. Anche io sono stata ferita da lei, anche se in modo molto più sottile rispetto alla protagonista di questa storia. Non vi nego che avevo poco più della sua età quando mi sono resa conto che odiavo la politica… e che quando ho scoperto questo libro ho deciso di leggerlo proprio per “guardare in faccia il verme”. In effetti credo che il messaggio sia arrivato anche a me: e forse – forse – ce l’ho un po’ di meno con la politica in sé adesso.

Il problema è che questo libro solleva la questione che mi fa odiare la politica: le persone. La politica sarebbe buona, sono le persone che l’hanno guastata, che hanno capovolto ognuno di quei termini che la compongono. L’amarezza di avere la conferma di questa sensazione, sia nella storia che nei discorsi di Aristotele, ha acuito il mio sconforto. Non ho rivalutato la politica neanche un po’, perchè penso che questa storia sia la dimostrazione di quanto la politica sia lei, la mela bacata. Sia “col verme dentro”. Non credo che potrà mai più essere una cosa positiva. Non credo che sia possibile – e lo dico per esperienza quasi personale – che la gente buona torni a fare politica e a cambiarla. Se la gente è buona non arriva a farla, la politica. Perciò la politica alla fine diventa una cosa fatta di persone disposte a scendere a compromessi, per arrivare lì. E che per questo da qualche parte hanno un verme.

Un’altra cosa che ho molto apprezzato è stato il tema dello sport, soprattutto perchè non è calcio: si parla di pallavolo e rugby. Si vede che Garlando lo ama e lo conosce, ho apprezzato molto questo lato del romanzo, è originale e coinvolgente, molto realistico!

La cosa che però proprio non mi è piaciuta, è che spesso questo libro va per stereotipi. Capisco che è un libro per bambini e che si concentra su altro, ma dobbiamo per forza far passare il messaggio che i poveri sono persone di cuore e che i ricchi non lo sono? Perchè in diversi passaggi in questa storia trapela questo – famiglia della protagonista esclusa, ovviamente.

In particolare non mi è piaciuta la gestione della problematica fisica: la protagonista è per tutta la storia ‘cicciotta’, sebbene sia buona e intelligente. Eppure alla fine annuncia che si è messa a dieta. Non è necessario. Ecco. Vorrei che passasse anche questo, di messaggio. Non è obesa o in situazione di problematica di salute. È cicciotta. Si può essere cicciotti, non è necessario essere tutte magre come la sua amica Pamela o come le bionde e bellissime Pinky. Non c’era bisogno di questa specifica, secondo me.

Non so, questa sensazione di “etichetta” appiccicata sui personaggi, la famiglia del sindaco per prima (sono tutti prepotenti, egoisti e superficiali), mi ha ricordato perchè odio la politica. Perchè la politica è quella cosa che attacca una etichetta su una persona, che se vota da una parte per forza dovrà odiare/accogliere quella categoria di persone oppure vestirsi o atteggiarsi in quel modo. Conosco persone che votano X e Y e a cui voglio ugualmente bene e le ritengo ugualmente intelligenti e apprezzabili. Anche perchè qui una sfumatura di colore politico io ce l’ho vista, non so se per mia malizia. Avrei preferito passare il messaggio che i buoni e i cattivi ci sono in entrambi i lati. Invece ci ho letto che da una parte ci sono “buoni che sbagliano ma si possono redimere” e dall’altra “prepotenti che per loro stessa natura sono cattivi”. Io penso che gli uomini siano in entrambi i modi da entrambe le parti.

In conclusione lo ritengo un bel libro, che preso “a capitoli” possa davvero raggiungere il cuore e la mente dei bambini per spiegare loro a cosa servirebbe la politica in un mondo ideale. Ma in questo libro non trapela il messaggio a mio parere più importante per trasformare una volta per tutte la politica: capire e apprezzare e ascoltare chiunque, anche chi ha una idea diversa dalla tua. Anche se vota il partito opposto al tuo. Perché dietro quel voto c’è una persona e un pensiero. E la persona e il pensiero – almeno finchè restano nella legalità, a mio parere – vanno rispettati. La scena dei pomodori in questo senso mi ha proprio infastidita.

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Recensione ~ Regalami una favola, H. Browne

Amy ha ventiquattro anni, una sua autonomia e un sogno: riempire Londra di fiori di campo. Non ha nè interesse nè talento nella relazione con i ragazzi, a differenza della sua coinquilina Jo, aspirante artista con un sacco di soldi e un sacco di fascino. Finchè una sera, a una delle folli serate di Jo, Amy si imbatte in un ragazzo con gli occhi azzurri come il cielo. È solo quando scopre che Leo non è solo un ragazzo gentile ma un vero e proprio principe, che le cose si complicano. Perchè se il cuore le dice di seguirlo nella sua vita fatta di riflettori, corone e castelli, la realtà diventa sempre più complicata. Soprattutto perchè Amy ha paura che il segreto che ha distrutto la sua famiglia potrebbe mettere di nuovo tutto in bilico.

Devo ammetterlo. Questo libro è decisamente fuori dai miei canoni, ma mi è piaciuto tantissimo!

Ho trovato assolutamente adorabile la protagonista, molto vera, non come la maggior parte delle protagoniste dei romanzi rosa, in cui sono delle sfigate ma dopo cinque minuti diventano delle perfette dive, bellissime e a loro agio in mezzo alla gente. L’ho trovata un personaggio vero, con delle caratteristiche che restano sue e molto realistica nel modo in cui cerca di trasformarsi… perchè chi non ha cercato di trasformarsi per tenersi la persona di cui si era innamorata? I personaggi intorno a lei sono un po’ meno “veri”, un po’ troppo stereotipati (il principe azzurro, il cascamorto, la ragazza perfetta, il campagnolo…) ma li ho trovati comunque simpatici, non troppo stucchevoli.

La storia scivola via con una dolcezza e una tenerezza mischiate a un po’ di ritmo, quindi davvero ho letto questo libro in breve tempo e senza alcuno sforzo. Non è un caposaldo della letteratura, forse, ma un romanzo che riesce a mettere insieme Londra, un principe ed i fiori è decisamente un libro per me!

Sicuramente lo rileggerò altre volte, perchè – anche se i romanzi rosa non mi piacciono mai – in diversi punti di questo mi sono sentita sciogliere il cuore…

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Recensione ~ Predatori e prede, K. Reichs

La mente brillante di Tempe Brennan è stata messa a dura prova da un intervento chirurgico. I postumi le portano emicrania, visioni, sogni, allucinazioni. All’improvviso sul suo cellulare un mittente sconosciuto le invia le immagini di un caso. Peccato che il laboratorio di antropologia forense è off-limits da quando il suo vecchio capo non c’è più. Obbligata a muoversi al limite tra legge e illegalità, con la sola determinazione a tenerla in piedi, Tempe inizia ad addentrarsi in un mosaico di misteri, di bambini scomparsi e di corpi senza volto. Riuscirà a tenere distinti incubi e realtà e ad arrivare alla fine dell’indagine senza rimanerne vittima?

Ho atteso molto l’uscita di questo libro, e rileggendolo mi ha ricordato tutti i motivi per cui mi piace questa autrice.

La sua prosa è asciutta e veloce, ma capace di far crescere il ritmo in modo rapido e repentino. Sembra proprio di guardare un buon telefilm thriller! C’è l’intelligenza della protagonista, il suo acume mentale, ma anche la capacità di avere intuizioni e di fare collegamenti. Mi piace sempre molto quando riesco a cogliere dei nessi prima di lei, vuol dire che gli indizi sono stati sparsi in modo sapiente! Non riesco mai a beccare il colpevole, però, c’è sempre qualcosa di troppo difficile che non so o non conosco o non ne ho colto le implicazioni, e Temperance mi batte sempre! Accidenti!!!

Ho un po’ accusato la mancanza di qualche momento romantico, cosa di cui però mi lamento credo ogni volta… Il punto è che adoro l’agente Ryan e mi piacerebbe vederli di più insieme! Leggere delle emozioni che sconvolgono la razionale, rigorosa, impeccabile dottoressa Brennan facendole sperimentare un mondo che non è nè misurabile nè tangibile è sempre l’aspetto che preferisco di questi personaggi! Però devo ammettere che ciò che c’è stato è stato carino. Una scena mi ha proprio sciolta, una roba degna delle storie rosa che scrivevo a sedici anni.

Ho amato per l’ennesima volta la capacità di Kathy Reichs di raccontare del mondo attraverso i suoi romanzi. La tematica affrontata in questo libro – fake news, cospiratori & co. – è quantomai attuale e ho adorato conoscere cose nuove su questi argomenti, sul dark web, sulle “dimore alternative” e su tanti altri piccoli argomenti.

La ricchezza di conoscenza che mi rimane anche quando il caso è risolto è una delle cose che mi piace di più di questi romanzi, quando la tensione che ti tiene in bilico sulla sedie e ti fa stare sveglia di notte si è sciolta nell’impeccabile happy ending.

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Il dolce della domenica

La ricetta di oggi è tutta di Matt. Lui è noto per cucinare sempre con quantita X e procedimento Y, tanto che è difficilissimo farsi spiegare “come l’hai preparato?”… stavolta non si sa per quale motivo, ma sono riuscita a ottenere una ricetta quasi in modo ufficiale, con tanto di dosi (sebbene a occhio). Ma il dolce era così buono e l’equilibrio tra i sapori così perfetto che doveva entrare a pieno titolo nel nostro menu Isottella!


Speedy Cheesecake

  • 8 Oro Saiwa
  • 2 cucchiaini di cacao zuccherato
  • 1 cucchiaio di latte
  • 100g di ricotta
  • 2 cucchiaini di zucchero di canna
  • 4 fragole

Sbriciolare i biscotti all’interno di un sacchettino gelo e versare la farina ottenuta in una ciotola, dove amalgamarla con il cacao e il latte. Quando il composto è omogeneo, utilizzarlo per foderare il fondo di due ciotoline monoporzione. Lasciare in frigo a riposare 10 minuti.

Unire la ricotta allo zucchero e mescolare fino a ottenere un composto morbido. Trascorso il tempo di riposo, dividere la ricotta nelle due ciotole e ricoprirla con le fragole fresche tagliate a dadini.


La ricetta è squisita, ma vale solo come monoporzione. Non tanto per le dosi ma perchè fondo e crema sono così soffici e morbidi che non potrebbero mai “stare in forma” in una fetta di torta. Resta il fatto che ha tutta la golosità e il mix di sapori di una cheesecake, con molto meno tempo e fatica necessari!

Naturalmente ci si può sbizzarrire: il fondo si può fare con il cacao amaro e mettere in cima le scaglie di cioccolato, amalgamare la ricotta con la crema di nocciole e metterne un trito in cima, aggiungere alla ricotta succo e scorza di limone…