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Passi(ni) avanti

Una delle cose che mi caratterizza di più è l’incostanza. Io sono una di quelle che pianificano per settimane, costruiscono una super base e poi.. mollano lì. Uno dei motivi per cui sono attirata e spaventata insieme dal NaNoWriMo è esattamente questo: riuscirei a stare dietro a una sfida di scrivere ogni giorno? Mi aiuterebbe ad andare avanti oppure ammazzerebbe tutta la mia spontaneità? Quanto la disciplina aiuta la creatività e quanto la uccide?

Ad ogni modo, grazie al corso di coaching che ho fatto nello scorso periodo di lockdown, ho imparato una cosa: per fare una cosa non bisogna guardare l’obiettivo, ma i progressi. Bisogna stare nella zona di “apprendimento prossimale”, dove si fanno piccoli passi avanti e non dove ci si catapulta alla fine e punto e basta. Devo dire che trasformare queste parole in pratica è stato faticoso e (non ma, non si dice ma, il corso di coaching insegna anche questo) soddisfacente.

Una settimana dopo lo scorso post in cui mi ricentravo su me stessa e su chi sono io posso dire di aver fatto due cose enormi che attendevano da tempo:

  1. un recap di tutte le mie storie abbandonate a metà o lasciate in “bozza” nel pc. Erano pù di cinquanta, quindi direi che enorme è la parola giusta per descrivere il lavoro.
  2. Organizzare le storie in “blocchi”, avvicinando quelle che potevano essere fuse o unite o ambientate nello stesso mondo e separando le altre, scartando quelle che non avevano abbastanza succo o personaggi troppo scontati che si trovavano anche in altre storie.

Questo lavorone mi ha portato a realizzare che – fanfiction a parte, su cui non intendo lavorare forzatamente – praticamente tutte le storie che ritengo belle possono vivere insieme. Anzi, hanno dei dettagli che le connettono le une alle altre, anche se scritte in momenti e in modi diversi.

E quindi qui arriva il terzo passino in avanti: sono riuscita a disegnare la mappa di Stellaryus. Grazie al sito Inkarnate, con cui ho giocato tutto sabato scorso, sono riuscita a rendere visibile quel mondo che sta nella mia testa, trovando un posto a tutte le storie e scoprendo che molte non avevano bisogno di un posto speciale, perchè era dove ne erano state ambientate anche altre. Sono rimasta colpita da come tutto riuscisse a starci, senza sforzo, anzi combaciando come pezzi di puzzle diversi che scopri potersi connettere.

E veniamo a oggi. Al momento sto rimettendo mano alla storia delle storie, quella con la S maiuscola, quella che è davvero il centro di tutte le storie di Stellaryus. Ci sto rilavorando anche se sono passati boh, dieci anni forse. Vorrei lasciarci le buone idee e farla crescere, come una piantina che smette di essere selvatica ed inizia ad essere coltivata. Con la motivazione del continuare su questa storie ma senza forzarmi a farlo quando non ne ho troppa voglia, in modo da cercare un equilibro tra disciplina e ispirazione.

Per ora non mi chiedo dove andrà a finire. Vedo i passi avanti, uno piccolo dopo l’altro, e mi lascio portare. Perchè dopotutto

“è pericoloso uscire dalla porta: ti metti in strada e se non dirigi bene i piedi non si sa dove puoi finire, spazzato via”.

Bilbo Baggins
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Essere sè stessi

Negli ultimi mesi ho avuto un blocco dello scrittore grosso come il buco nero che sta al centro della nostra Galassia, e con la stessa devastante forza attrattivo-distruttiva.

Non metto penna su un foglio (o meglio mano su tastiera) da un tempo veramente eterno. Non so perchè. Forse ho iniziato a lavorare e quindi sto vivendo l’assioma computer=lavoro? Forse il lavoro fagocita ogni mia energia e mi impedisce di averne per quando torno a casa? Di sicuro crollo addormentata nell’istante in cui chiudo gli occhi e perciò non ho tempo di fantasticare e immaginare e costruire le storie che vorrei scrivere. Forse c’è anche da aggiungere che se tutte le mie storie raccontavano di quello che avrei voluto vivere, ora che ho la vita che sognavo, cosa resta da immaginare?

Mi ero un po’ illusa che quando avrei avuto la vita di cui scrivevo, allora sarei stata felice e completa. Ma non avevo considerato di quanto la scrittura fosse diventata una parte profonda ed essenziale di me. Qualcosa che mi rende chi sono.

Ieri sera ho avuto questo pensiero quasi come una illuminazione. Da settimane mi scervello per capire che senso dare al mio tempo libero, alla mia passione per i libri, al mio polveroso profilo Instagram e perfino a questo blog. Vedo le altre instragrammer che postano, recensiscono, fanno storie, partecipano a eventi e a collaborazioni… e io niente. L’iniziale frustrazione sull’argomento si è aperta a una rivelazione nel momento in cui mi sono resa conto che mi ero decisa a fare quello che facevano tutte, senza rendermi conto che io non sono tutte. Io sono me stessa. E io più che leggere le storie di altri, amo scrivere le mie. Più che fotografare i libri di altri, vorrei avere tra le mani i miei. Più che avere un canale Instagram di foto fighissime, vorrei un canale Wattpad pieno di commenti. Più che una collaborazioni con le case editrici per i libri gratis preferirei poter mandare loro qualcosa che ho scritto.

Con questo non intendo che voglio diventare la Rowling. O che diventerò una influencer delle mie storie. No, affatto.

Perchè la seconda rivelazione che ho avuto è stata che ho smesso di scrivere quando ho smesso di scrivere per me. Di questo ne parlavo anche tempo fa, in un altro post, ma ora più che mai ne sono convinta.

Ieri ho riletto alcune delle mie vecchie storie originali, scritte quando avevo tra i tredici e diciotto anni. Gente, erano spettacolari. Belle idee, intrecci originali, personaggi tutti diversi. Storie di amore, amicizia e avventura. Certo, lo stile era zoppicante e i personaggi non troppo approfonditi e magari anche la trama correva via veloce… ma caspita se erano piene di belle idee. Erano vive e vibranti. Gli spezzoni che ho scritto poi sono più dettagliati, accurati, limati e cesellati… ma si spengono come cerini elaborati dopo due pagine, spesso finendo proprio in niente.

Rileggendo quelle pagine ho pensato che caspita, sto cercando di uniformarmi alla massa aspirando a diventare una bookstagrammer.. per cosa? Dei libri gratis non mi importa, a fare le foto non sono brava… seguivo una modo che non mi apparteneva, come quando ti metti una cosa che non ti dona solo perchè sta bene a tutte.

Quindi okay, Stellaryus. Mettiamoci nell’ordine delle idee che questo è il mio mondo, in tutti i sensi, e che voglio tornare a riempire il cielo di storie. Per me stessa, prima di tutto. E poi, chissà, tra qualche decennio o millennio o chissà – dopotutto i tempi delle Galassie sono molto più dilatati dei nostri – avrò anche il coraggio di farle leggere a qualcuno. E anche se non fosse, sarò fiera di me stessa e di ciò che sono.

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Muffin personalizzati

Tanto tempo fa – correva l’anno 2015 – per il nostro primo anniversario avevamo deciso di mangiare insieme (cucina e cibo erano già una delle nostre comuni passioni). Io però sono sempre stata più pasticcera, come riciclarsi sulla cucina di qualcosa di salato?

Alla fine mi sono lanciata su muffin salati con birra, grana e pancetta. Giusto per non rischiare che potessero non piacere… 😋


Muffin salati birra&pancetta

  • 130g farina
  • 50g grana grattugiato
  • 1 uovo
  • 100 ml di birra chiara
  • 25ml olio di semi
  • 1/2 bustina di lievito istantaneo per torte salate
  • 70g di pancetta
  • sale e pepe q.b.

Come per tutti i muffin bisogna iniziare mischiando separatamente in due ciotole umidi e secchi. Quindi da una parte birra, olio e uovo, aggiungendo sale e pepe a piacere. Dall’altra unire grana, farina e lievito. Solo dopo versare gli umidi nei secchi, amalgamando bene senza formare grumi. A questo punto aggiungere la pancetta a dadini.

Riempire gli stampini da muffin per 2/3 della loro altezza, cuocere a 180°C in forno già caldo per circa 25 minuti. Far intiepidire prima di gustare.


Per rendere la cosa un po’ più “a tema” avevo optato per servirli con un look un po’ più nostro: una principessa e un agente dell’FBI!

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Cose da fare

Vivo nell’ansa dei “devo”. Sono schiava di questa parola, a metà tra un verbo e un sostantivo, che mi fa da gabbia. Dovere. Devo fare. Devo finire. Non mi devo distrarre. I miei doveri. Il senso del dovere.

La verità è che essendo ingabbiata nel senso del dovere il più delle volte, per pura ribellione, finisco per procrastinare o lasciare le cose a metà. Così, solo per il gusto di dire “adesso faccio il contrario di quello che dovrei”.

Il risultato è che di solito mi ritrovo a patire le cose a metà e a vivere con un enorme senso di inconcludenza e insoddisfazione. Così, a tre giorni dal primo giorno dell’anno, non so quale sia il mio mantra annuale, il mio ‘buon proposito di settembre’. La fine dell’estate è sempre stata un momento di bilanci, per me, e questo 2020 di sicuro non ha aiutato ad essere produttivi. Niente musical a fine corso, il blog è più ragnateloso e polveroso che mai, la montagna di libri che voglio leggere sempre più alta e i file di storie sempre meno aperti. Assurdo, come tutto ciò sia successo in un anno in cui per quattro mesi non abbiamo avuto nulla da fare se non stare in casa.

La verità – e ci ho riflettuto molto da quando il lockdown è finito – è stata che il lockdown non ci ha donato tempo. Ci ha tolto il tempo per fare ‘tutto il resto’. Restava solo il lavoro. Perchè dalle 8 alle 16 puoi lavorare, ma poi non puoi uscire a fare un giro in bici. Non esiste la gita in biblioteca, o l’ora di pilates, o la lezione di musical. Nemmeno la cena fuori con il marito o il tè con le amiche. La cosa è peggiorata sicuramente da quando si è potuti tornare a lavorare fuori. Perchè lavorare fuori sì, produrre certo. Tutto il resto no però: niente cinema o teatro o qualsiasi altro svago, palestra o che ne so io. Poi ti ritrovi a poter andare al parco ma a dover misurare le distanze e a scegliere il posto dove sederti in base al distanziamento sociale. Per non parlare del mare, ovviamente.

Quindi sì, penso che in questi mesi il mio inaridimento sia stato dovuto soprattutto alla mancanza di quel tempo “libero”, e libero davvero, in cui fare ciò che voglio senza l’ansia del verbo/sostantivo dovere.

Riuscirò a riconquistare questo tempo da settembre? Ne dubito. E non per il coronavirus, il lockdown e compagnia. Temo il blocco sia nel mio cervello.

Ho fatto la lista 101 in 1001 e mi ritrovo a continuare a modificarla per non trasformarla in una gabbia. Ma senza di essa perdo tempo senza sentirmi che “concludo” niente. Forse la verità è che odio la gabbia dei doveri, ma della libertà da essa non saprei che farmene.

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Recensione (con riflessioni sull’argomento) ~ Camilla che odiava la politica, L. Garlando

Camilla ha dodici anni e la sua vita è spaccata in due come una mela. La prima metà è stata bella e dolce, la seconda ha il verme dentro. A sei anni il suo papà – sognatore, intelligente, coraggioso – l’ha lasciata sola. Camilla non capisce tante cose, ma una sì: è stata la politica, a far morire il suo papà. sarà un barbone di nome Aristotele a farle guardare in faccia quel verme che ha guastato la sua mela. Un barbone che va in giro con un carrello pieno di sacchetti e una banda di cani e gatti randagi. E piano piano Camilla inizia a capire che la politica è molto più di quello che pensa. E tante, tante cose nella sua vita iniziano a cambiare.

Scrivere questa recensione sarà faticosissimo, perchè ho un disordine di pensieri in testa che non so come ordinare. Iniziamo dicendo le cose che mi sono chiare.

Luigi Garlando riesce a spiegare cose difficili in modo facile (esempio lampante è Per questo mi chiamo Giovanni, che ho adorato). Anche in questo libro ho trovato quella capacità di parlare di cose enormi andandone al cuore, spogliandole di retorica e polemica. Tutti i ragazzini feriti dalla politica possono apprezzare questo libro, che spiega quanto la politica in sé non sia malvagia. Anzi, in sé sarebbe una gran cosa. Ho amato le lezioni di Aristotele quanto Camilla, perchè anche io odio la politica. Anche io sono stata ferita da lei, anche se in modo molto più sottile rispetto alla protagonista di questa storia. Non vi nego che avevo poco più della sua età quando mi sono resa conto che odiavo la politica… e che quando ho scoperto questo libro ho deciso di leggerlo proprio per “guardare in faccia il verme”. In effetti credo che il messaggio sia arrivato anche a me: e forse – forse – ce l’ho un po’ di meno con la politica in sé adesso.

Il problema è che questo libro solleva la questione che mi fa odiare la politica: le persone. La politica sarebbe buona, sono le persone che l’hanno guastata, che hanno capovolto ognuno di quei termini che la compongono. L’amarezza di avere la conferma di questa sensazione, sia nella storia che nei discorsi di Aristotele, ha acuito il mio sconforto. Non ho rivalutato la politica neanche un po’, perchè penso che questa storia sia la dimostrazione di quanto la politica sia lei, la mela bacata. Sia “col verme dentro”. Non credo che potrà mai più essere una cosa positiva. Non credo che sia possibile – e lo dico per esperienza quasi personale – che la gente buona torni a fare politica e a cambiarla. Se la gente è buona non arriva a farla, la politica. Perciò la politica alla fine diventa una cosa fatta di persone disposte a scendere a compromessi, per arrivare lì. E che per questo da qualche parte hanno un verme.

Un’altra cosa che ho molto apprezzato è stato il tema dello sport, soprattutto perchè non è calcio: si parla di pallavolo e rugby. Si vede che Garlando lo ama e lo conosce, ho apprezzato molto questo lato del romanzo, è originale e coinvolgente, molto realistico!

La cosa che però proprio non mi è piaciuta, è che spesso questo libro va per stereotipi. Capisco che è un libro per bambini e che si concentra su altro, ma dobbiamo per forza far passare il messaggio che i poveri sono persone di cuore e che i ricchi non lo sono? Perchè in diversi passaggi in questa storia trapela questo – famiglia della protagonista esclusa, ovviamente.

In particolare non mi è piaciuta la gestione della problematica fisica: la protagonista è per tutta la storia ‘cicciotta’, sebbene sia buona e intelligente. Eppure alla fine annuncia che si è messa a dieta. Non è necessario. Ecco. Vorrei che passasse anche questo, di messaggio. Non è obesa o in situazione di problematica di salute. È cicciotta. Si può essere cicciotti, non è necessario essere tutte magre come la sua amica Pamela o come le bionde e bellissime Pinky. Non c’era bisogno di questa specifica, secondo me.

Non so, questa sensazione di “etichetta” appiccicata sui personaggi, la famiglia del sindaco per prima (sono tutti prepotenti, egoisti e superficiali), mi ha ricordato perchè odio la politica. Perchè la politica è quella cosa che attacca una etichetta su una persona, che se vota da una parte per forza dovrà odiare/accogliere quella categoria di persone oppure vestirsi o atteggiarsi in quel modo. Conosco persone che votano X e Y e a cui voglio ugualmente bene e le ritengo ugualmente intelligenti e apprezzabili. Anche perchè qui una sfumatura di colore politico io ce l’ho vista, non so se per mia malizia. Avrei preferito passare il messaggio che i buoni e i cattivi ci sono in entrambi i lati. Invece ci ho letto che da una parte ci sono “buoni che sbagliano ma si possono redimere” e dall’altra “prepotenti che per loro stessa natura sono cattivi”. Io penso che gli uomini siano in entrambi i modi da entrambe le parti.

In conclusione lo ritengo un bel libro, che preso “a capitoli” possa davvero raggiungere il cuore e la mente dei bambini per spiegare loro a cosa servirebbe la politica in un mondo ideale. Ma in questo libro non trapela il messaggio a mio parere più importante per trasformare una volta per tutte la politica: capire e apprezzare e ascoltare chiunque, anche chi ha una idea diversa dalla tua. Anche se vota il partito opposto al tuo. Perché dietro quel voto c’è una persona e un pensiero. E la persona e il pensiero – almeno finchè restano nella legalità, a mio parere – vanno rispettati. La scena dei pomodori in questo senso mi ha proprio infastidita.