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Recensione (con riflessioni sull’argomento) ~ Camilla che odiava la politica, L. Garlando

Camilla ha dodici anni e la sua vita è spaccata in due come una mela. La prima metà è stata bella e dolce, la seconda ha il verme dentro. A sei anni il suo papà – sognatore, intelligente, coraggioso – l’ha lasciata sola. Camilla non capisce tante cose, ma una sì: è stata la politica, a far morire il suo papà. sarà un barbone di nome Aristotele a farle guardare in faccia quel verme che ha guastato la sua mela. Un barbone che va in giro con un carrello pieno di sacchetti e una banda di cani e gatti randagi. E piano piano Camilla inizia a capire che la politica è molto più di quello che pensa. E tante, tante cose nella sua vita iniziano a cambiare.

Scrivere questa recensione sarà faticosissimo, perchè ho un disordine di pensieri in testa che non so come ordinare. Iniziamo dicendo le cose che mi sono chiare.

Luigi Garlando riesce a spiegare cose difficili in modo facile (esempio lampante è Per questo mi chiamo Giovanni, che ho adorato). Anche in questo libro ho trovato quella capacità di parlare di cose enormi andandone al cuore, spogliandole di retorica e polemica. Tutti i ragazzini feriti dalla politica possono apprezzare questo libro, che spiega quanto la politica in sé non sia malvagia. Anzi, in sé sarebbe una gran cosa. Ho amato le lezioni di Aristotele quanto Camilla, perchè anche io odio la politica. Anche io sono stata ferita da lei, anche se in modo molto più sottile rispetto alla protagonista di questa storia. Non vi nego che avevo poco più della sua età quando mi sono resa conto che odiavo la politica… e che quando ho scoperto questo libro ho deciso di leggerlo proprio per “guardare in faccia il verme”. In effetti credo che il messaggio sia arrivato anche a me: e forse – forse – ce l’ho un po’ di meno con la politica in sé adesso.

Il problema è che questo libro solleva la questione che mi fa odiare la politica: le persone. La politica sarebbe buona, sono le persone che l’hanno guastata, che hanno capovolto ognuno di quei termini che la compongono. L’amarezza di avere la conferma di questa sensazione, sia nella storia che nei discorsi di Aristotele, ha acuito il mio sconforto. Non ho rivalutato la politica neanche un po’, perchè penso che questa storia sia la dimostrazione di quanto la politica sia lei, la mela bacata. Sia “col verme dentro”. Non credo che potrà mai più essere una cosa positiva. Non credo che sia possibile – e lo dico per esperienza quasi personale – che la gente buona torni a fare politica e a cambiarla. Se la gente è buona non arriva a farla, la politica. Perciò la politica alla fine diventa una cosa fatta di persone disposte a scendere a compromessi, per arrivare lì. E che per questo da qualche parte hanno un verme.

Un’altra cosa che ho molto apprezzato è stato il tema dello sport, soprattutto perchè non è calcio: si parla di pallavolo e rugby. Si vede che Garlando lo ama e lo conosce, ho apprezzato molto questo lato del romanzo, è originale e coinvolgente, molto realistico!

La cosa che però proprio non mi è piaciuta, è che spesso questo libro va per stereotipi. Capisco che è un libro per bambini e che si concentra su altro, ma dobbiamo per forza far passare il messaggio che i poveri sono persone di cuore e che i ricchi non lo sono? Perchè in diversi passaggi in questa storia trapela questo – famiglia della protagonista esclusa, ovviamente.

In particolare non mi è piaciuta la gestione della problematica fisica: la protagonista è per tutta la storia ‘cicciotta’, sebbene sia buona e intelligente. Eppure alla fine annuncia che si è messa a dieta. Non è necessario. Ecco. Vorrei che passasse anche questo, di messaggio. Non è obesa o in situazione di problematica di salute. È cicciotta. Si può essere cicciotti, non è necessario essere tutte magre come la sua amica Pamela o come le bionde e bellissime Pinky. Non c’era bisogno di questa specifica, secondo me.

Non so, questa sensazione di “etichetta” appiccicata sui personaggi, la famiglia del sindaco per prima (sono tutti prepotenti, egoisti e superficiali), mi ha ricordato perchè odio la politica. Perchè la politica è quella cosa che attacca una etichetta su una persona, che se vota da una parte per forza dovrà odiare/accogliere quella categoria di persone oppure vestirsi o atteggiarsi in quel modo. Conosco persone che votano X e Y e a cui voglio ugualmente bene e le ritengo ugualmente intelligenti e apprezzabili. Anche perchè qui una sfumatura di colore politico io ce l’ho vista, non so se per mia malizia. Avrei preferito passare il messaggio che i buoni e i cattivi ci sono in entrambi i lati. Invece ci ho letto che da una parte ci sono “buoni che sbagliano ma si possono redimere” e dall’altra “prepotenti che per loro stessa natura sono cattivi”. Io penso che gli uomini siano in entrambi i modi da entrambe le parti.

In conclusione lo ritengo un bel libro, che preso “a capitoli” possa davvero raggiungere il cuore e la mente dei bambini per spiegare loro a cosa servirebbe la politica in un mondo ideale. Ma in questo libro non trapela il messaggio a mio parere più importante per trasformare una volta per tutte la politica: capire e apprezzare e ascoltare chiunque, anche chi ha una idea diversa dalla tua. Anche se vota il partito opposto al tuo. Perché dietro quel voto c’è una persona e un pensiero. E la persona e il pensiero – almeno finchè restano nella legalità, a mio parere – vanno rispettati. La scena dei pomodori in questo senso mi ha proprio infastidita.

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